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Singing in the rain. Also in the sun.

Chi mi conosce sa che ho una grossa passione per la musica in generale. Così grossa che spesso mi trovo ad ascoltare con piacere canzoni e dischi di generi molto diversi. E quando dico “molto”, credetemi, è quasi riduttivo.
Questo post non ha la pretesa di dare consigli per l’ascolto (siete salvi!) ma tenta di descrivere i risultati di uno studio pubblicato sul numero di agosto di Biology letters che ha prontamente risvegliato in me gli assopiti entusiasmi sanremesi (ebbene si, confesso, guardo Sanremo, scagliate i telecomandi).

I ricercatori dell’Australian National University e del National Evolutionary Synthesis Center (NESCent) di Durham in North Carolina, hanno scoperto che nelle zone dove le condizioni climatiche sono soggette a frequenti e repentini cambiamenti, la varietà di canti degli uccelli risulta più ampia e diversificata.

Come a dire gli uccelli hanno un repertorio che segue le stagioni.

Non parliamo certo di tormentoni da spiaggia o di melodie natalizie ma di un adattamento complesso che assicura agli uccelli l’efficacia del suono, in termini di qualità di emissione nell’ambiente e di relativo ascolto da parte dei destinatari, partner, prole o altra platea che sia.

Per testare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato le registrazioni dei canti di più di 400 uccelli maschi di 44 specie di uccelli canori del Nord America, mettendo insieme dati che comprendevano merli, capinere, passeri, cardinali, fringuelli, tordi e altre specie.

Per analizzare ogni registrazione del suono, un medley di fischi, gorgheggi, “cheep”, trilli e cinguettii è stato utilizzato un programma in grado di creare uno spettrogramma del suono. Come una partitura musicale, il complesso intreccio di linee e strisce  dello spettrogramma ha consentito agli scienziati di vedere e analizzare visivamente ciascun frammento del suono, permettendo così di misurare parametri come lunghezza, note più alte o basse e spaziatura tra loro.

Una volta combinati questi dati con parametri climatici registrati come la temperatura, le precipitazioni e altre informazioni come habitat e latitudine, i ricercatori hanno scoperto e delineato un modello per il quale i maschi che subiscono oscillazioni stagionali più estreme, cioè si trovano a vivere in ambienti con forti escursioni tra l’umido e il secco,  sono quelli che hanno un repertorio canoro più vario.
Addirittura, come dice Clinton Francesco del NESCent, uno degli autori dello studio: “Possono cantare alcune note molto basse o molto alte e regolarne il volume e tempo”.

Provetti canterini in barba alle condizioni climatiche. Anzi.

Una nuova accezione per la regola canora del “saper seguire bene il tempo”.

 “Environmental variability and acoustic signals: a multilevel approach in songbirds.” Medina, I. and C. Francis (2012). B. Letters.

credits image: Luc Viatour © GFDL