Archive for the ‘ambiente’ Category

#TURBOBLOGGING: Volevo una casetta piccolina in Canadà


La casa del futuro viene dal passato
. E’ una delle risposte che più mi colpisce nell’intervista-chiacchierata che Iader Marani, General Manager di IMILEGNO, mi ha concede durante la lunga giornata al #Turboblogging.

Cosa intende? rispondo temendo di assistere a uno spot aziendale in cui, un po’ scioccamente, pensavo  d’essermi imbattuto.
Voglio dire che le case del futuro esistono già da un centinaio di anni ma noi qui continuiamo a costruire con dei vecchi criteri. Si può costruire riutilizzando materiali di scarto della stessa edilizia, assieme a uno dei materiali tecnologicamente più avanzati di sempre…

Quale?
Il legno!

Il legno? tecnologicamente avanzato?
Si. Sto parlando in particolare di una tecnica di costruzione, la Platform frame, che risolverebbe molti dei problemi energetici (e anche ambientali) delle nostre case e strutture che ancora oggi vengono costruite principalmente con cemento e mattoni. Si tratta di una tecnica in pratica già utilizzata nei paesi nordamericani e nata in Canada quasi 100 anni fa. 

Proprio in Canada, come la canzone…

Tutte le storie di innovazione partono da un problema. Da risolvere.

Quella di Iader Marani e della sua piccola impresa di costruzioni della provincia bolognese è … segue

#Occupy_the_shell

Tranquilli, non è un post di protesta contro una multinazionale petrolifera. Si parla di occupazioni per niente pacifiche di case. Case di paguri però.

Il paguro terrestre Coenobita compressus vive all’interno di un guscio di lumaca scartato lungo la costa del Pacifico dal Messico al Perù

Uno studio pubblicato su numero di questo mese di Current Biology descrive come una specie di paguro solitamente solitaria, Coenobita compressus,utilizza la socializzazione con i suoi simili per una causa molto poco sociale: occupare la casa altrui.

Normalmente i paguri terrestri occupano gusci abbandonati di lumaca o piccole conchiglie e le trasformano in vere “case à-porter”. Una volta scelta l’adeguata copertura, i paguri sono in grado di svuotare e rimodellare i gusci, fino a raddoppiarne addirittura il volume interno. Un notevole vantaggio sia per crescere (e avere più spazio per le uova) sia per avere un peso più leggero da trasportare in giro.

I granchi terrestri della specie Coenobita compressus, se vincolati dalla mancanza di adeguate e comode coperture da portarsi in giro come nuova dimora, espropriano le case “ristrutturate” degli altri.

un guscio di lumaca pre e post ristrutturazione per opera di un paguro

Il comportamento insolito di questo animale è stato segnalato da Mark Laindre, biologo dell’Università di Berkley in California.

Quando tre o più granchi eremiti terrestri si riuniscono, rapidamente attirano decine di altri simili a caccia di  questa insolita pratica di “upgrade domestico”. Di norma, si dispongono in una formazione chiamata linea conga, ovvero dal più piccolo al più grande, e una volta che un granchio, sfortunato, subisce un attacco ed è costretto a cedere la sua dimora, come una reazione a catena ogni granchio tenta di prendere possesso del guscio più grande che si ritrova davanti, scacciando il legittimo proprietario.

Questo perché i gusci di lumaca vuoti sulla terraferma (rispetto ai gusci ritrovabili in mare) sono abbastanza rari, per cui la miglior speranza di trasferirsi in una nuova casa (tra l’altro più ampia e ristrutturata) è rappresentata proprio da questa forma di occupazione forzata.

“Quello che viene tirato fuori dal suo guscio è spesso lasciato con la conchiglia più piccola, che spesso non è nemmeno in grado di contenerlo” dice Laidre, “rischiando così di essere mangiato da qualche predatore”.

Occupy the shell!

Per i paguri, quindi, la socialità ha forti implicazioni nella sopravvivenza e nelle strategie antipredatorie”. Laidre dice che questo comportamento insolito dei granchi “è un raro esempio di come l’evoluzione ha agito in una nicchia specializzata per i paguri (in questo caso l’ambiente terrestre rispetto al mare) e ha portato a un inatteso sottoprodotto: la socializzazione in un animale tipicamente solitario.

Il biologo evoluzionista Geerat J. Vermeij, in un commento sulla stessa rivista, scrive: “non importa come esattamente questi solitari inquilini modifichino i loro gusci. Loro esemplificano un’importante, quanto ovvia, verità evolutiva: gli esseri viventi modificano e rimodellano l’ambiente circostante per tutta la loro vita”. Per decenni, Vermeij ha studiato come il comportamento degli animali influisce anche sulla loro evoluzione – un processo con cui gli ecologi definiscono una “costruzione di nicchia”, apparentemente in contrasto con la ben nota idea darwiniana che l’ambiente influisce sull’evoluzione di una specie attraverso la selezione naturale.

“Gli organismi non sono solo pedine passive sottoposte ai capricci selettivi di nemici e alleati, ma partecipanti attivi nella creazione e nella modifica del loro “interno”, così come delle loro condizioni esterne di vita”, ha concluso Vermeij.

 

 

Credit: Mark Laidre, UC Berkeley

Fonte: Eurekalert

 

Singing in the rain. Also in the sun.

Chi mi conosce sa che ho una grossa passione per la musica in generale. Così grossa che spesso mi trovo ad ascoltare con piacere canzoni e dischi di generi molto diversi. E quando dico “molto”, credetemi, è quasi riduttivo.
Questo post non ha la pretesa di dare consigli per l’ascolto (siete salvi!) ma tenta di descrivere i risultati di uno studio pubblicato sul numero di agosto di Biology letters che ha prontamente risvegliato in me gli assopiti entusiasmi sanremesi (ebbene si, confesso, guardo Sanremo, scagliate i telecomandi).

I ricercatori dell’Australian National University e del National Evolutionary Synthesis Center (NESCent) di Durham in North Carolina, hanno scoperto che nelle zone dove le condizioni climatiche sono soggette a frequenti e repentini cambiamenti, la varietà di canti degli uccelli risulta più ampia e diversificata.

Come a dire gli uccelli hanno un repertorio che segue le stagioni.

Non parliamo certo di tormentoni da spiaggia o di melodie natalizie ma di un adattamento complesso che assicura agli uccelli l’efficacia del suono, in termini di qualità di emissione nell’ambiente e di relativo ascolto da parte dei destinatari, partner, prole o altra platea che sia.

Per testare questa ipotesi, i ricercatori hanno analizzato le registrazioni dei canti di più di 400 uccelli maschi di 44 specie di uccelli canori del Nord America, mettendo insieme dati che comprendevano merli, capinere, passeri, cardinali, fringuelli, tordi e altre specie.

Per analizzare ogni registrazione del suono, un medley di fischi, gorgheggi, “cheep”, trilli e cinguettii è stato utilizzato un programma in grado di creare uno spettrogramma del suono. Come una partitura musicale, il complesso intreccio di linee e strisce  dello spettrogramma ha consentito agli scienziati di vedere e analizzare visivamente ciascun frammento del suono, permettendo così di misurare parametri come lunghezza, note più alte o basse e spaziatura tra loro.

Una volta combinati questi dati con parametri climatici registrati come la temperatura, le precipitazioni e altre informazioni come habitat e latitudine, i ricercatori hanno scoperto e delineato un modello per il quale i maschi che subiscono oscillazioni stagionali più estreme, cioè si trovano a vivere in ambienti con forti escursioni tra l’umido e il secco,  sono quelli che hanno un repertorio canoro più vario.
Addirittura, come dice Clinton Francesco del NESCent, uno degli autori dello studio: “Possono cantare alcune note molto basse o molto alte e regolarne il volume e tempo”.

Provetti canterini in barba alle condizioni climatiche. Anzi.

Una nuova accezione per la regola canora del “saper seguire bene il tempo”.

 “Environmental variability and acoustic signals: a multilevel approach in songbirds.” Medina, I. and C. Francis (2012). B. Letters.

credits image: Luc Viatour © GFDL 

Mosquitos do it faster

Una notizia che farà felici tutti gli amici appassionati di cambiamenti evolutivi che, come me, sognano già a marzo le calde sere d’estate tra barbecue all’aperto e frinire di cicale.

Le specie invasive di zanzare si sono adattate più velocemente ai cambiamenti climatici.

Nello studio pubblicato su American Naturalist (news su Nature del 1marzo) e condotto all’università di Georgetown sulla zanzara tigre asiatica (Aedes albopictus), il prof. Peter Armbursten e i suoi colleghi hanno monitorato tra il 2005 e il 2008 i cicli di sviluppo e di vita delle zanzare tigre a varie latitudini, tra gli Stati Uniti e il Giappone (luogo di origine)."Non sono state rilevate modificazioni strutturali nelle appendici delle zanzare" Il parametro utilizzato dal professor Armbursten è stato il fotoperiodo, ovvero la lunghezza della durata del giorno richiesto per indurre gli insetti alla diapausa. Questo processo prevede una notevole riduzione delle funzioni vitali ed è utilizzato dagli insetti per superare i periodi in cui le condizioni climatiche sono avverse (l’equivalente del letargo di alcuni mammiferi). Le misure sono state confrontate con quelle effettuate 20 anni prima nelle stesse zone e i risultati dimostrano un processo di evoluzione adattativa avvenuto in tempi brevi. Eccezionalmente brevi in termini d’evoluzione. Una risposta al cambiamento stagionale che è tra i più veloci adattamenti documentati in natura.

Che … caso.

L’interesse su queste ricerche, per molti (moltissimi, veramente tanti) è legato soprattutto all’ipotesi di uno sradicamento delle zanzare in climi temperati. Ma questo non è l’obiettivo del prof. Armburster (ci mancherebbe, ci campa!) che afferma: “Si può essere in grado di capire come intervenire sui meccanismi che regolano la diapausa e la sensibilità al fotoperiodo per tenere l’Aedes albopictus fuori dalle regioni temperate, tuttavia ciò che è importante è che questo tipo di studi si dimostra un sistema molto duttile per affrontare questioni fondamentali in ecologia e biologia evolutiva.”

Un vero e proprio esperimento naturale per tenere traccia degli adattamenti evolutivi degli animali legati al clima e ai suoi cambiamenti.

Insomma dimenticate l’ipotesi di fare una bella grigliata in bermuda e canotta senza qualche simpatico ospite che si nutra di un po’ di voi. Le zanzare, soprattutto le specie invasive, si adattano molto velocemente. Per i vegetariani potrebbe essere la giusta punizione per i vostri gusti alimentari. Per gli antievoluzionisti, magari, solo il nuovo fastidio di D.

Mosquito Beach. La birra per i vostri barbecue all'aperto.

  

La pagina sul sito dell’università di Georgetown ospita una interessante intervista al prof. Armbursten dove vengono presentate le attività del suo laboratorio e dalla quale sono state estratte alcune risposte per questo post: http://www1.georgetown.edu/college/research/37901.html

           

          Bevete e ammazzate le zanzare con moderazione. 

Proboscidi in Australia

Pubblicato un articolo per Scienzainrete.
Si parla di incendi e strategie per la gestione del fuoco.
E qualcuno ha pensato agli elefanti.    Scopri come qui.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non sono stato io: gli anfibi tra cambiamenti climatici e nuove pandemie

Gli anfibi sembrano destinati all’estinzione. Uno studio pubblicato su Nature che ha analizzato la distribuzione nel mondo di questi animali, evidenzia come a causa di pandemie, riscaldamento globale e distruzione degli habitat si osservi una sostanziale diminuzione delle popolazioni. Circa il 37% delle specie sono già classificate come a rischio estinzione. Ma entro il 2080, come spiegano gli ecologi Christian Hof, Miguel B.Araujo e Carsten Rahbek del Center of Macroecology, Evolution and Climate dell’Università di Copenhagen, la situazione potrebbe peggiorare. Secondo gli scienziati danesi, i dati sullo stato di conservazione delle specie sono tutt’oggi approssimativi e il futuro declino del numero di anfibi potrebbe essere più grave di quanto previsto. Sono stati osservati fenomeni di riduzione in alcune popolazioni anche in aree relativamente incontaminate, lontane dalle influenze antropiche sugli habitat e dai contaminanti ambientali. La colpa, per una volta, dunque non è tutta dell’uomo. Tra le cause principali di questa progressiva scomparsa degli anfibi, ad esempio, è la chitridiomicosi, una malattia provocata da un fungo che colpisce, con conseguenze letali, la pelle di rane, salamandre e altri anfibi. Gli studi del team guidato da Hof si sono concentrati sulle relazioni complesse che esistono tra l’evoluzione della malattia e i possibili contesti climatici futuri. Uno studio molto articolato che analizza dati demografici incrociandoli con misurazioni ambientali e simulazioni di scenari climatici modellizzati.
Questo tipo di ricerche rappresenta un passo importante verso la comprensione dei livelli di minaccia globale degli anfibi e un esempio da seguire anche per altre classi di animali.

La locandina del 4° Save the frogs day! 

http://www.savethefrogs.com/

SAVE THE FROGS! is America’s first and only public charity dedicated to protecting the world’s amphibians.